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3 gennaio 2018
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Potature all’orto botanico di Brera a Milano

Orto botanico Brera - Salita tramite corda di servizio

Orto botanico Brera - Salita tramite corda di servizio

L’anno è finito e penso con soddisfazione a quel che è stato.

Ho conosciuto e lavorato con tantissime persone diverse, ho scoperto luoghi bellissimi, ho arrampicato alberi maestosi, ho viaggiato per lavoro nel nord della Svizzera in Germania ed ho preso l’aereo per la Sicilia.

Nonostante queste importanti esperienze di luoghi “esotici” che sembrano rappresentare appieno una bella carriera, in realtà è molto più vicino il luogo che mi ha dato la più grande gratificazione; detto ciò, mi riferisco all’orto botanico di Brera a Milano, le cui piante ho potuto salire, apprezzare e curare.

La soddisfazione non viene esclusivamente dal fatto che la mia professionalità è stata apprezzata; quanto dal fatto, che nel 2010 per la ricerca di un nuovo mestiere; non sapendo nulla di piante, e non avendo conoscenti inseriti nel settore, mi recai all’orto botanico per avere un’ispirazione o per trovare qualcuno che mi sapesse consigliare. Li ebbi la fortuna di incontrare Manuel il giardiniere che con passione e competenza, custodisce ancora adesso il giardino; con inaspettata gentilezza mi consigliò diverse scuole rinomate, dove certamente avrei potuto incontrare istruttori preparati e da loro apprendere molto.

Da quell’incontro ho frequentato la “Scuola Agraria del parco di Monza”, ho partecipato a svariati corsi e attività del settore, ho lavorato da dipendente per diverse aziende ed infine ho avviato la mia attività. Ora a distanza di sei anni, senza mai averlo desiderato, lontano da ogni mia ambizione, son tornato lì con le mie corde ed il mio segaccio, ho guardato Manuel e le piante con occhi completamente diversi; perché lì, nel frattempo, visto anche il mio viaggio di un anno in Australia, non sono più tornato.

Secondo programma la prima volta, in primavera, son salito su piante facili sia da arrampicare sia da potare: il primo era un Ailanthus Altissima (Ailanto), il secondo un Celtis Australis (Bagolaro), sui quali c’era l’esigenza di togliere i rami secchi che naturalmente vengono a crearsi con la crescita della chioma.

La seconda volta invece son salito sulla grande Pterocarya Fraxinifolia (Noce del Caucaso), pianta attualmente poco diffusa, dal legno tenero e da una fioritura primaverile davvero elegante. Più complicata da arrampicare e tecnicamente più difficile da interpretare, ha già diversi “consolidamenti” per dissipare le forze (ad esempio il vento) che potrebbero rompere le inserzioni dell’intera struttura. Si presentava dunque l’esigenza di ridurre o alleggerire le branche più orizzontali e filate, di modo che ci sia meno leva sulle grosse biforcazioni.

Questa giornata invernale si è conclusa rapidamente con il buio arrivato molto presto a causa anche della foschia; abbiamo finito la “cippatura” con le luci della frontale, e una volta caricata ogni cosa sul capiente furgone, con Manuel ci siamo stretti la mano alle luci soffuse dell’accademia.

Rincasato, al buio della sera si son dissolte le certezze di una giornata impegnativa, ed il cuore inizia a indagare il “chi” io sia, sul “cosa” stia facendo della mia vita, se la realtà mi appartiene o se interpreto una parte; cerco la purezza del gesto, il gesto che viene dalla vocazione per qualcosa. Lo penso per la mia realizzazione personale, perché non ptrei sopportare lo svegliarmi svogliato la mattina ed andare a dormire rancoroso la notte; lo penso perché è l’unico modo per diventare abile in ogni cosa io faccia. Seguire una vocazione è l’unico modo per emergere ed eccellere nel lavoro, affrontare il mercato e saper guardare ad ogni innovazione e cambiamento.

Un pensiero semplice, ma che in un attimo si sfuma con delle ipotesi, con una velatura di indagine e di dispiacere: riguarda il mio viaggiare per l’Italia, il mio personale scoprire il Paese (sicuramente fuori stagione) tra natura e arte, e certamente dedicare del tempo agli orti botanici nei quali spesso; purtroppo, ho trovato poca curate, le chiome degli alberi rispetto ad esempio, alle attenzioni date agli arbusti o alle erbacce.

Spero dunque che questa mia esperienza nell’orto botanico di Milano (dove l’eccellenza unico criterio con cui operare) possa ripetersi altrove e che possa incontrare altri giardinieri appassionati come Manuel.

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